C’era una volta il Tibet (in print)

Famiglia cristiana (Italy), 30/01/2008

> L’articolo  racconta un viaggio attraverso la bellezza e la tragedia ambientale della terra tibetana, lungo la strada  asfaltata  nell’altopiano  himalayano, che ha portato la torcia olimpica da Lhasa al Monte Everest.  Stefano Valentino (freelance) è uno dei pochi giornalisti entrati in Tibet nell’imminenza degli scontri di Lhasa e l’esplosione delle proteste in Occidente contro le Olimpiadi di Pechino. Andando oltre i fatti di cronaca, i suoi reportages esclusivi raccontano il dramma tibetano che si cela dietro l’ambiziosa marcia della Torcia olimpica verso il Monte Everest (raggiunto ai primi di maggio).  Il viaggio compiuto, insieme alla fotografa polacca Anna Posluszna, lungo la nuova strada costruita dai cinesi per portare la fiaccola sugli 8.000metri del “Tetto del Mondo” diventa una storia che anticipa e approfondisce l’attualità. Un’inchiesta sul campo che, attraverso le parole e le immagini, svela i segni dissimulati dell’occupazione, l’astuta propaganda architettata dal regime per imbambolare gli stranieri e soprattutto l’impalpabile “genocidio culturale” di cui la nuova strada olimpica, intagliata nell’altipiano himalyano, è solo l’emblematica punta dell’iceberg. L’asfalto, non le pallottole sparate contro i monaci in rivolta lo scorso marzo, è la vera arma di Pechino: l’allargamento della rete stradale su cui far sorgere nuove metropoli di cemento, con cui permettere a un crescente numero di coloni cinesi di affluire in Tibet, lungo cui orde di nomadi vengono attratti nelle città per imporre loro il diktat sulle nascite. Una strategia tragicamente vincente perché legalmente irriprensibile, che impedisce ai giovani tibetani di nascere e obbliga quelli nati ad essere assorbiti dalla montante marea cinese. Una subdola soluzione finale che rischia di andare avanti, silenziosa e inarrestabile, una volta esaurito lo slancio mediatico delle Olimpiadi.  Fino a quando la leggendaria terra di “Shangri-La” non sarà altro che leggenda. Leggi l’articolo originale in PDF

The article “Once Upon a Time the Tibet” recounts a journey through the beauty and environmental tragedy of the Tibetan land along the new paved himalayan trail that led the Olympic Torch from Beijing and Lhasa to Mount Everest. disappearing even the fresh air. Despite their wild 4000mt above-sea-level location, towns are CO2 factories. Anti-smog masks protect pedestrians from poisoning exhaust pipes and households chimneys spitting out burnt-dung-and-cardboard smoke. The latter are the only available fuels since the methane is pumped, via pipeline, from the promising TAR gas fields directly to Beijing. Just beyond the horizonis Lhasa. The once-upon-a-timelegendary “forbidden city” is now reduced to a polluted Chinese metropolis. As we approach it we notice an increasing density of red colour: the People’s Republic flags set on the Tibetans houses. “They flags are imposed to show off to foreigners our loyalty to China”, our young guide, Mazang, states ironically. Read the English version published in the Bismarck Tribune

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